Due proposte sulle pensioni pensando a chi “non ne può più″
Gianpiero Dalla Zuanna sabato 30 agosto 2025 - da www.avvenire.it
Permettere al lavoratore di ritirarsi in anticipo, pagando i contributi mancanti mediante una porzione del Tfr. Oppure pensare a forme miste di lavoro e pensione. Senza gravare sui conti previdenziali
Dopo l’arretramento del 2020-21 dovuto al Covid, l’attesa di vita media a 65 anni in Italia è continuata a crescere, passando da 20,4 anni del 2022 a 21,2 anni nel 2024. Alla luce di questi dati, secondo la legge attualmente in vigore, l’età per il pensionamento di vecchiaia, per il biennio 2027-28, dovrebbe aumentare di tre mesi, dagli attuali 67 a 67,3 anni. Questo meccanismo è necessario per non squilibrare il nostro sistema pensionistico. Va infatti ricordato che gli assegni degli attuali pensionati vengono pagati mediante i contributi degli attuali lavoratori, con il fondamentale supporto della fiscalità generale. È stato calcolato che, se l’età alla pensione di vecchiaia restasse di 67 anni, il “buco” per le casse dello Stato sarebbe - per ogni anno a venire, e non una tantum - di tre miliardi, uno per ogni mese di mancato incremento dell’età al pensionamento. Se la sopravvivenza degli anziani aumentasse ancora - com’è ovviamente auspicabile - la soglia la pensione di vecchiaia dovrebbe spostarsi ancora in avanti. È quindi opportuno chiederci se questo sistema, sostenibile dal punto di vista contabile, lo è anche per la vita delle persone. A mio avviso, sarebbe opportuno introdurre alcuni correttivi. Premessa fondamentale è di non pesare ulteriormente sugli attuali lavoratori, che già versano al sistema pensionistico il 33% del loro stipendio lordo, a fronte del 18% della media dei paesi sviluppati. È questa una delle ragioni per cui gli stipendi netti, in Italia, sono così bassi, anche se in molti paesi con bassa contribuzione obbligatoria la pensione pubblica non è garantita a tutti o è molto bassa. Ragioniamo su due possibili correttivi, non toccando le regole attuali (e quindi aumentando la soglia per la pensione di vecchiaia), ma introducendo due nuove possibilità.
La prima proposta - che sembra essere allo studio anche dell’attuale Governo - è di intervenire sul Trattamento di Fine Rapporto (Tfr), che ammonta a quasi una mensilità per ogni anno di lavoro, e viene versato al lavoratore dopo il pensionamento, o successivamente a un cambio di datore di lavoro. Si potrebbe permettere al lavoratore di andare in pensione anticipata, pagando i contributi mancanti mediante una porzione del Tfr. Molti lavoratori potrebbero preferire di andare in pensione prima, “pagandosi” qualche anno di lavoro in meno, rinunciando a ricevere gli stessi soldi in età più avanzata. Un’altra possibilità, che va oltre il ragionamento sul sistema pensionistico, sarebbe di permettere ai lavoratori di rinunciare al Tfr, ricevendo direttamente il suo ammontare in busta paga. In questo modo il Tfr da salario differito diverrebbe salario effettivo. Quest’ultima proposta potrebbe suonare come troppo liberal, lontana dalla cultura del lavoro sedimentata in Italia. Tuttavia va riconosciuto che il Tfr - che esiste in pochissimi paesi - è un’istituzione venata di paternalismo: credo che anche in Italia i singoli lavoratori sarebbero in grado di risparmiare e spendere secondo i propri ritmi e le proprie necessità. Inoltre il Tfr è nato quando in Italia non esistevano tutte le odierne possibilità di risparmio assistito.
La seconda proposta è di permettere e incentivare meccanismi misti di lavoro e pensione. Una mia amica insegnava italiano al biennio di un istituto tecnico statale: diciotto ore a settimana a sgolarsi per inculcare Manzoni e Verga a giovani adolescenti (più la preparazione delle lezioni, gli aggiornamenti, le riunioni, i compiti da correggere e quant’altro) non erano per lei più sopportabili, ed è andata appena possibile in pensione di anzianità. Tuttavia, la mia amica avrebbe accettato volentieri di continuare a insegnare a orario ridotto, con un meccanismo misto di lavoro e pensione. Come lei, molti lavoratori “non ne possono più″ perché trovano sempre più gravoso un orario a tempo pieno, ma non vogliono o non possono accedere al part-time, dimezzando lo stipendio. Ma forme miste di lavoro e pensione, per i lavoratori dipendenti, sono praticamente impossibili. Si tratta invece di una pratica usuale per molti lavoratori autonomi, che dopo essere andati in pensione, spesso con assegni modesti, continuano a lavorare, lasciando progressivamente il lavoro. Si tratterebbe di estendere anche ai dipendenti questa possibilità, ovviamente senza abbassare l’ammontare delle loro pensioni ai livelli di quelle percepite dagli autonomi. Come ho premesso, queste due proposte, non andrebbero a sostituire i meccanismi esistenti, ma introdurrebbero nuove possibilità, rendendo più flessibile il sistema previdenziale italiano. Avrebbero inoltre il pregio di non pesare né sugli attuali lavoratori e né sulle generazioni future.
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