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mar 14

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La denuncia di Coldiretti, nel rapporto Agromafie: il volume d’affari aumentato del 30% in un anno.

La mozzarella di bufala del clan dei “casalesi” guidato da Francesco Schiavone “Sandokan”, il pane della cosca camorrista Lo Russo, la carne della “famiglia” ‘ndranghetista Labate, l’olio del superlatitante di “cosa nostra” Matteo Messina Denaro, per finire con l’ortofrutta del fratello di Totò Riina, Gaetano, e gli agrumi del potentissimo clan dei Piromalli della Piana di Gioia Tauro. Così i più importanti gruppi criminali si dividono l’affare di quello che finisce nel nostro piatto. Le cosche a tavola, come denuncia Coldiretti nel quinto rapporto Agromafie 2017, elaborato con Eurispes e Osservatorio sulla criminalità nell’agricoltura e sul sistema agroalimentare, presentato oggi a Roma.

Un affare in fortissima crescita. Infatti il volume complessivo è salito a 21,8 miliardi di euro, con una crescita di ben il 30% nell’ultimo anno. Una stima per difetto, sottolineano i curatori del rapporto, perché restano fuori i proventi derivanti da operazioni condotte “estero su estero” (anche in questo settore le mafie si sono globalizzate) e le attività speculative e finanziarie sempre su altre piazze. Affari dunque non più limitati al Sud. Infatti la graduatoria delle province italiane rispetto all’estensione e all’intensità del fenomeno se fotografa una concentrazione soprattutto nel Mezzogiorno, evidenzia la presenza nella “top ten” di importanti realtà come Genova e Verona, rispettivamente al secondo e al terzo posto dopo Reggio Calabria per i traffici del falso “made in Italy”.

A Genova per l’olio, spacciato come italiano e invece estero e di minore qualità. A Verona per l’importazione di suini dal Nord Europa falsamente marchiati come nazionali o ancora l’adulterazione di vino e grappa. Anche questi finiscono sulle nostre tavole ingrassando il piatto della criminalità. Che si arricchisce anche grazie allo sfruttamento dei lavoratori nei paesi dai quali importiamo. Dal riso asiatico alle conserve di pomodoro cinesi, dall’ortofrutta sudamericana e africana, quasi un prodotto su cinque che arriva nelle nostre case non è stato raccolto e lavorato seguendo le normative in materia di tutela dei lavoratori, a partire dalla più recente sul caporalato, vigenti nel nostro Paese. Importazioni che molto spesso sono gestite dagli stessi clan mafiosi, come emerso nell’ultima inchiesta sugli affari dei Piromalli in Turchia, dove si intrecciano sfruttamento, contraffazione, traffici di armi e droga, e legami col terrorismo islamico.

Antonio Maria Mira

da www.avvenire.it del 14 marzo 2017

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