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«Clausi cum clave» a Viterbo: la cronaca del primo conclave

di Piero Fornara 8 marzo 2013

Agli inizi il Papa era eletto dal clero e dal popolo della comunità cristiana di Roma. I laici vennero esclusi dal processo elettorale dopo l’VIII secolo, a causa delle interferenze politiche. Ma fu nel 1059 che un decreto di papa Niccolò II, promulgato con la bolla “In nomine Domini”, conferì il diritto di eleggere il Papa ai soli cardinali vescovi (fin dall’antichità con il termine “cardinali” si designavano i responsabili o “incardinati” di una chiesa romana). Il citato decreto stabiliva inoltre che nei periodi di Sede vacante i cardinali vescovi avevano la responsabilità della Chiesa romana.

Ad Alessandro III risale invece la norma della maggioranza di due terzi del collegio cardinalizio per l’elezione papale, stabilita nel 1179 dal decreto “Licet de evitanda discordia” durante il Terzo concilio lateranense.
Ma fu a Viterbo che si riunì, sul finire dell’anno 1268, il primo vero conclave di cardinali - dalla locuzione latina “clausi cum clave” - per l’elezione del Papa. In realtà non era la prima volta in assoluto che i cardinali decidevano una sorta di clausura per eleggere il nuovo capo della Chiesa, ma - come scrive Ambrogio Piazzoni nella sua “Storia delle elezioni pontificie” (edizioni Piemme) - «il conclave di Viterbo suscitò un’impressione straordinariamente forte, registrata in tutte le cronache coeve», sia per la sua durata - una Sede vacante di oltre due anni e mezzo - sia per il famoso “scoperchiamento” del tetto del palazzo dov’erano riuniti i cardinali. Eravamo al tempo dei conflitti fra l’Impero e il Papato in Europa nel Medio Evo (che abbiamo studiato sui banchi di scuola, ma forse anche dimenticato).

 

 

La curia diocesana di Viterbo, che in questi giorni ha visto crescere l’interesse verso il Palazzo dei Papi, ha in programma la realizzazione di un percorso di visita e di uno spazio multimediale attraverso il quale raccontare la storia dei conclavi. «Molti turisti quotidianamente affollano il museo del Colle del Duomo e proprio in relazione alle richieste - spiegano in curia - abbiamo avviato un progetto di ampio respiro per la valorizzazione del tessuto culturale e la promozione del patrimonio artistico e architettonico di proprietà ecclesiastica». Notevole esempio di architettura gotica, il Palazzo dei Papi fu costruito in occasione del trasferimento a Viterbo della Curia pontificia nel 1257, voluto da papa Alessandro IV a causa dell’ostilità del popolo e della borghesia di Roma. Una scalinata precede la facciata, aperta al primo piano da bifore e coronata da merli, a destra si stacca la Loggia delle benedizioni, dalla quale si affacciava il Papa uscendo dalla sala del conclave.

La più lunga Sede vacante della storia si aprì con la morte di Clemente IV a Viterbo il 29 novembre 1268 e durerà fino al 1° settembre 1271. Prima di prendere gli ordini sacri, Clemente IV, il cardinale Guido Fulcodi, era stato sposato e padre di due figli, giurista e consigliere di Luigi IX re di Francia. All’epoca l’Impero viveva una confusa fase di interregno, mentre in Italia andava crescendo il potere di Carlo d’Angiò, «che si stava trasformando da soccorritore a ingombrante dominatore del Papato», come racconta lo storico Ambrogio Piazzoni nel volume già citato. Fra i diciannove cardinali del collegio (di cui due nel frattempo morirono) c’erano forti contrapposizioni sia politiche sia ecclesiologiche.

Dai documenti studiati più di recente risulta che i cardinali decisero volontariamente la clausura, stipulando un apposito accordo con il podestà e con il capitano del popolo di Viterbo, per garantire la tranquillità dei porporati e per assicurare il controllo delle strade, in modo da rendere possibile e sicuro raggiungere la Curia pontificia. Ma il tempo trascorreva invano, perché tra i cardinali «maxima est discordia» come narra una fonte. Dopo circa un anno le cose precipitarono: il podestà di Viterbo Corrado di Alviano fece chiudere materialmente nel palazzo papale i cardinali, che reagirono scomunicandolo. Attorno alla Pentecoste del 1270, che cadde il 1° giugno, i cittadini viterbesi scoperchiarono il tetto del palazzo, che fu fatto riparare dalle autorità comunali dopo circa tre settimane. Probabilmente il tetto non era stato scoperchiato del tutto, ma erano state rese inagibili le “camere private” con i servizi igienici, una situazione quindi molto avvilente per i cardinali.

Dovette tuttavia passare ancora un anno prima di arrivare all’elezione del nuovo Papa. Il 1° settembre 1271 quindici cardinali (due erano gli assenti del collegio) decisero di utilizzare la forma giuridica del “compromissum”, affidando a sei di loro il compito di eleggere il successore di Pietro. Nello stesso giorno si arrivò a una decisione concorde, che fu poi approvata e ratificata da tutti.

Risultò eletto Tebaldo Visconti, arcidiacono di Liegi, che non era cardinale e nemmeno sacerdote. Piacentino di origine, da tutti stimato come onesto e saggio, era quasi sempre vissuto all’estero, collega all’università di Parigi di San Tommaso d’Aquino e legato in Terrasanta. Al momento dell’elezione si trovava al seguito del crociato principe Edoardo d’Inghilterra. Ci vollero quattro mesi prima che l’interessato, avuta la notizia dai messi del collegio cardinalizio a San Giovanni d’Acri in Palestina, raggiungesse Viterbo e poi Roma, dove nel marzo 1272, dopo l’ordinazione sacerdotale e quella vescovile, venne intronizzato con il nome di Gregorio X.

A lui si dovrà anche la codificazione definitiva del conclave come metodo per eleggere il Papa. Con la costituzione “Ubi periculum” veniva confermata al collegio cardinalizio la scelta del Papa senza ingerenze esterne. La chiusura del conclave sarebbe stata garantita dalla Camera apostolica, sotto la guida del camerlengo, che doveva provvedere anche alle vivande per i cardinali in clausura. Vi si precisava che, dopo tre giorni, il cibo veniva ridotto a un solo piatto a pranzo e a cena e che, dopo altri cinque giorni, sarebbe stato consentito solo il passaggio di pane, acqua e un po’ di vino fino ad elezione avvenuta. Insomma, non si voleva prendere per fame i cardinali, ma indurli a una dieta spartana se indugiavano troppo. Confermata infine la regola sulla maggioranza dei due terzi dei votanti, in vigore ancora oggi.

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